Iva degli enti associativi: il Milleproroghe sposta al 2026 il cambio di regime

21 Febbraio 2025

La legge di conversione del decreto Milleproroghe ha confermato il rinvio dell’operativita del nuovo regime Iva per gli enti associativi. Per APS, ASD e associazioni non commerciali il 2025 resta un anno di transizione e preparazione.

Il 2025 si è aperto per migliaia di associazioni italiane con una proroga attesa: il nuovo regime Iva per gli enti associativi non è partito il 1 gennaio, ma è stato spostato al 1 gennaio 2026. La conferma arriva con la Legge 21 febbraio 2025, n. 15, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 24 febbraio, che ha convertito il decreto-legge 27 dicembre 2024, n. 202, il cosiddetto Milleproroghe.

La questione e tecnica, ma ha conseguenze molto pratiche. Il rinvio riguarda il passaggio dal regime di esclusione dal campo Iva al regime di esenzione per determinate cessioni di beni e prestazioni di servizi rese dagli enti associativi nei confronti di soci, associati o tesserati, quando collegate alle finalità istituzionali. Nel mondo non profit il tema tocca in particolare associazioni di promozione sociale, associazioni sportive dilettantistiche, enti culturali, realtà assistenziali e altre organizzazioni non commerciali.

Che cosa cambia e che cosa resta fermo nel 2025

Il dossier del Senato sull’articolo 3, comma 10, del decreto Milleproroghe ricostruisce il punto centrale: l’operatività del nuovo regime di esenzione Iva per gli enti del Terzo Settore viene posticipata al 1 gennaio 2026. La norma interviene sull’articolo 1, comma 683, della legge n. 234/2021, collegando il rinvio alla razionalizzazione della disciplina Iva per gli enti del Terzo Settore prevista dalla delega fiscale.

In termini operativi, per tutto il 2025 le associazioni interessate continuano a muoversi nel quadro precedente, in attesa della disciplina destinata a entrare in vigore l’anno successivo. La scheda Eutekne pubblicata su DDP spiega che, per il 2025, le cessioni e prestazioni rese dietro corrispettivi specifici o contributi supplementari a soci, associati, partecipanti e tesserati, se svolte in conformità alle finalità istituzionali, continuano a essere considerate fuori campo Iva.

La proroga non cancella il problema. Lo sposta nel tempo e offre un margine di preparazione agli enti, ai consulenti e alle reti associative. Per molte organizzazioni piccole e medie, l’eventuale passaggio a un regime Iva diverso implica adempimenti, valutazioni sui corrispettivi, gestione documentale e necessita di aggiornare procedure interne.

Perché interessa il Terzo Settore

Il tema non riguarda solo la fiscalità in senso stretto. Le associazioni vivono spesso di quote, contributi, corsi, attività rivolte ai soci, servizi mutualistici, iniziative sportive, culturali o formative. Anche quando l’imposta non è dovuta per effetto dell’esenzione, l’inquadramento Iva può comportare obblighi amministrativi che incidono sulle strutture organizzative, soprattutto dove la gestione è affidata a volontari o a pochi operatori.

Per questo la proroga è stata letta dal mondo associativo come un tempo utile, ma non come una soluzione definitiva. La stessa UISP, in una nota nazionale, ha collegato il rinvio alle attività corrispettive rese dagli enti ai propri associati e ha sottolineato la necessita di chiarezza per associazioni sportive, culturali, assistenziali e di promozione sociale.

Per le reti associative la proroga apre anche un compito formativo: rendere comprensibili le conseguenze della riforma senza trasformare ogni adempimento in allarme. La materia è complessa e dovrà essere letta insieme agli ulteriori interventi fiscali del 2025. Ma il dato certo, al 25 febbraio 2025, è che il nuovo regime Iva non è entrato in vigore nel 2025: la scadenza operativa è stata spostata al 1 gennaio 2026.

Per gli enti più piccoli, il nodo sara trasformare la proroga in manutenzione amministrativa ordinata. Verificare contratti, ricevute, quote, tesseramenti e regolamenti interni prima della nuova scadenza può evitare correzioni affrettate a ridosso del 2026. E’ un lavoro poco visibile, ma decisivo per proteggere attività sociali spesso rette da bilanci fragili.

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