Al Circolo Canottieri Napoli si è conclusa l’edizione 2025-2026 del progetto inclusivo sostenuto da Banco BPM: 15 partecipanti, sei tecnici e un percorso che ha unito nuoto, bici e corsa.
Il triathlon non è una scelta semplice per un programma inclusivo. Mette insieme nuoto, ciclismo e corsa, richiede luoghi diversi, attrezzature, sicurezza e coordinamento tecnico. Proprio questa complessità rende interessante il modello: l’inclusione non viene affidata a una disciplina separata, ma organizzata dentro una pratica sportiva comune, adattando supporti e obiettivi alle persone.
La manifestazione conclusiva ha permesso di presentare un anno di lavoro, non soltanto una gara. Le fonti disponibili non descrivono in dettaglio la composizione dei 15 partecipanti né la distribuzione delle 4.000 ore fra lezioni individuali e di gruppo. Il dato, attribuito agli organizzatori e ripreso da più testate, va quindi considerato un’indicazione del volume complessivo dell’attività, non una misura indipendente dell’impatto.
Tra le esperienze c’è quella di Roberto Bellotti, atleta master ipovedente. Il 24 maggio ha completato l’Aquathlon Napoli, inserito nel programma della Capitale europea dello sport, con il supporto di due guide: tre chilometri di corsa e 750 metri di nuoto. Il risultato mostra quanto contino allenamento, fiducia e coordinamento fra atleta e accompagnatori.
La presenza delle guide non riduce l’autonomia sportiva. Al contrario, crea le condizioni perché la persona possa affrontare la prova con sicurezza e competere nel formato previsto. È un principio utile anche per le associazioni di base: l’accessibilità non coincide con l’abbassamento degli obiettivi, ma con la rimozione degli ostacoli che impediscono di raggiungerli.
Il modello può interessare ASD e circoli che vogliono aprire attività ordinarie a persone con disabilità. La prima condizione è progettare insieme agli atleti e alle famiglie, evitando percorsi calati dall’alto. La seconda è formare tecnici e volontari sulle esigenze specifiche. La terza è assicurare risorse continuative: una sponsorizzazione può avviare il percorso, ma la sostenibilità richiede una rete di partner e una programmazione pluriennale.
Sarebbe utile rilevare frequenza, continuità, benessere percepito, progressi sportivi, nuove relazioni e abbandoni. Dati raccolti con consenso e rispetto della privacy aiuterebbero a capire quali adattamenti funzionano.
“Tutti in Campo” consegna a Napoli una pratica concreta: persone diverse allenate dentro lo stesso gruppo e un atleta ipovedente arrivato al traguardo con le proprie guide. Il prossimo banco di prova sarà la prosecuzione annunciata del progetto e la capacità di rendere più trasparenti accesso, metodo e risultati.